Approccio
Ogni persona arriva in terapia con una storia unica, fatta di esperienze, relazioni, parole, tentativi e modi personali di affrontare ciò che accade.
Per questo non credo in percorsi standard o in spiegazioni valide per tutti: il lavoro psicologico prende forma nell’incontro, a partire dalla richiesta e da ciò che, in quel momento, è importante per la persona.
Il mio è un approccio postmoderno e integrato, che dialoga con la prospettiva interazionista, costruzionista, narrativista e strategica.
Mi ispiro a contributi quali ad esempio quelli di Alessandro Salvini, della Scuola di Palo Alto, di Milton H. Erickson, di Steve de Shazer e, sul piano sociologico, di Erving Goffman. Sono riferimenti diversi, accomunati dall’attenzione al linguaggio, alle relazioni, ai contesti e alle risorse già presenti nelle persone.
Non costituiscono una griglia da applicare a chi si rivolge a me: offrono piuttosto lenti differenti, da usare con flessibilità e rispetto per l’unicità di ogni percorso.
La realtà come costruzione sociale
Non viviamo i fatti in modo neutro: attribuiamo loro significati attraverso le nostre esperienze, le relazioni, la cultura e le parole disponibili per raccontarci. Anche l’immagine che abbiamo di noi — come persona ansiosa, fragile, inadeguata, “sbagliata” o bloccata — può consolidarsi nel tempo dentro scambi relazionali e narrazioni che finiscono per sembrare l’unica verità possibile.
In una prospettiva costruzionista e interazionista, la realtà non è soltanto qualcosa che troviamo già dato: viene continuamente interpretata e costruita nelle interazioni. Questo non significa negare la sofferenza o minimizzare ciò che accade. Significa riconoscere che, se i significati possono essere costruiti, possono anche essere esplorati, messi in discussione e trasformati.
Il percorso diventa quindi uno spazio in cui osservare con maggiore libertà le storie che raccontiamo su di noi e sulle nostre relazioni, facendo emergere letture alternative e possibilità nuove.
Le difficoltà non definiscono chi sei
Ansia, blocchi, conflitti, momenti di tristezza e comportamenti che fanno soffrire non raccontano l’intera persona. Sono esperienze che meritano ascolto e comprensione: talvolta, in una fase della vita, hanno rappresentato il modo più accessibile per affrontare una situazione difficile.
Le parole con cui descriviamo ciò che viviamo possono aiutarci a capirlo, ma non dovrebbero diventare etichette né ridurre la complessità di chi siamo. Per questo, nel mio lavoro, considero importante il significato che ogni persona attribuisce a sé, alle proprie relazioni e alle proprie esperienze.
Insieme, cerchiamo di comprendere come una difficoltà si sia sviluppata, che cosa contribuisca a mantenerla e quali nuove possibilità possano aprirsi. Non per definire la persona attraverso il problema, ma per riconoscere risorse e alternative e immaginare modi diversi di affrontare ciò che sta vivendo.
La polifonia delle voci
Dentro ciascuno di noi possono convivere voci, posizioni e desideri differenti: una parte può chiedere cambiamento, un’altra cercare protezione; possiamo desiderare vicinanza e, allo stesso tempo, temere di dipendere; riconoscere ciò che vorremmo fare e sentire che un’altra voce ci trattiene. Queste differenze non sono necessariamente contraddizioni da eliminare: spesso raccontano bisogni, esperienze e relazioni importanti.
Parlare di polifonia significa considerare l’identità non come un nucleo unico, immobile e sempre coerente, ma come una trama di voci che prendono forma nei dialoghi con gli altri e con noi stessi. In una prospettiva dialogica, esplorare queste voci può aiutare a riconoscere chi parla, in quali situazioni, a partire da quali esperienze e con quali effetti. Il lavoro non mira a stabilire quale voce abbia ragione una volta per tutte, ma a creare uno spazio in cui possano essere ascoltate, messe in relazione e magari aprire a nuove possibilità.
Questa sensibilità dialogica si intreccia con una più ampia attenzione alla pluralità dell’esperienza e ai modi in cui le persone danno senso a se stesse nelle relazioni. Le diverse voci possono diventare risorse: una posizione che in passato proteggeva dal rischio, per esempio, può essere compresa e affiancata da modi nuovi di affrontare la situazione.
Relazioni, comunicazione e contesti
Nessuno vive isolato: siamo immersi in un tessuto di relazioni familiari, affettive, sociali e lavorative che influenzano il modo in cui ci percepiamo e diamo senso alle esperienze. La comunicazione e gli scambi quotidiani possono contribuire a creare, mantenere o trasformare una difficoltà.
Per questo il lavoro può includere l’esplorazione delle dinamiche relazionali, dei ruoli, delle aspettative e dei modi in cui comunichiamo. Possiamo comprendere come ci presentiamo agli altri, che cosa cerchiamo di proteggere nelle interazioni e quanto il riconoscimento sociale incida sul modo in cui viviamo noi stessi.
L’attenzione non è rivolta soltanto al passato, ma anche a ciò che accade oggi: ai contesti in cui la difficoltà compare, alle eccezioni, alle risorse e ai piccoli cambiamenti già possibili.
Il potere delle domande
Le domande non servono soltanto a raccogliere informazioni: orientano la conversazione e contribuiscono a rendere visibili alcuni aspetti dell’esperienza, lasciandone altri sullo sfondo. Porsi domande diverse conduce verso letture e destinazioni differenti. Chiedersi «perché mi succede sempre?» può consolidare una certa storia su di sé; domandarsi «come posso far accadere qualcosa di diverso?» può aprire un’esplorazione nuova. Non esiste una domanda giusta per tutti: nel dialogo terapeutico cerco domande rispettose e curiose, che aiutino ad ampliare il campo delle possibilità e a costruire significati più utili per la persona.
Mindfulness e tecniche alpha
Quando sono coerenti con la richiesta e con il modo di sentire della persona, posso affiancare al dialogo pratiche di mindfulness, immaginazioni guidate e tecniche alpha di rilassamento e focalizzazione. Non le propongo come strumenti standard, né come una via per “svuotare la mente” o ottenere risultati garantiti: possono offrire un’occasione per rivolgere attenzione a ciò che accade nel presente — sensazioni, pensieri, emozioni e immagini — e osservare il proprio modo di entrare in relazione con l’esperienza. Queste pratiche vengono adattate alla persona: la loro utilità dipende dal contesto e dagli obiettivi che ci si è posti.
Un orientamento pragmatico e strategico
L’approccio pragmatico non si chiede solo perché esiste un problema, ma anche come funziona nel presente: che cosa lo attiva, che cosa lo alimenta, quali tentativi sono stati fatti per risolverlo e con quali effetti.
A volte, infatti, le soluzioni adottate con le migliori intenzioni finiscono involontariamente per mantenere la difficoltà. Osservarle senza giudizio permette di interrompere circoli ripetitivi e sperimentare modi diversi di affrontare la situazione.
Le risorse e il cambiamento possibile
Mi ispira in maniera particolare il lavoro di Milton H. Erickson, per la fiducia nelle risorse della persona, l’attenzione alla comunicazione e la capacità di costruire interventi flessibili, creativi e rispettosi dell’unicità di ciascuno. Qualcuno li definiva magici.
Non esiste una strada uguale per tutti. L’obiettivo non è adattarsi a un modello prestabilito né eliminare a ogni costo una parte di sé, ma costruire modi più liberi, funzionali e soddisfacenti di stare con se stessi, nelle relazioni e nelle situazioni della propria vita.